Miss Dicky, vincitrice di un Quiz 80 che ormai s’è perso tra le pagine di questo blog, mi ha chiesto di parlare di un artista, che pur avendo avuto una brevissima carriera, è riuscito comunque a lasciare un segno in molti di quelli che hanno avuto l’occasione di scoprire la sua poesia e il suo modo di fare musica: Alessandro Bono.
Nato a Milano il 21 luglio del 1964, Alessandro Pizzamiglio, questo il suo vero nome, ha dimostrato fin da subito una certa propensione per tutto ciò che era arte e musica anche grazie ai suoi natali. Figlio del noto tecnico del suono Riccardo Pizzamiglio, Alessandro ha avuto infatti l’opportunità di apprendere tutto ciò che c’era da sapere sul “mestiere” di cantautore, seguendo il padre nella sua attività.
E i frutti di questa sua passione, sono arrivati già nel 1985, anno di uscita del suo primo 45 giri Walkie Talkie, con lo pseudonimo Alex Bono. A questo ha fatto seguito Vendo Casa, datato 1986. Due tentativi molto interessanti che però hanno fatto scarsa presa sia sul pubblico che sulla critica.
L’anno successivo Alessandro ha partecipato al Festival di Sanremo, facendosi notare grazie all’originalità del suo pezzo Nel profondo fondo. Da lì in poi la sua carriera non ha preso il volo, ma ha sicuramente avuto un salto di qualità.
Un salto che si è presto tramutato in pezzi che ancora oggi vengono ricordati tra i migliori mai realizzati da Bono come Di Solo Amore, British Island, Caccia alla volpe, Rock ‘n Roll del cavolo e tanti altri.
Nel 1992, forte delle esperienze accumulate negli anni, Alessandro ha deciso di tornare al Festival di Sanremo in coppia con l’amico Andrea Mingardi, ottenendo insieme a lui un discreto successo con la canzone Con un amico vicino, la più conosciuta tra le sue, ad oggi.
Anche grazie al suo successo personale, Bono ha stretto in seguito, interessanti collaborazioni con artisti come Loretta Goggi, Mario Lavezzi, Riccardo Cocciante e Ornella Vanoni.
Proprio nel momento più prolifico della sua carriera, il destino è intervenuto a distruggere il suo sogno di diventare un artista amato dalle folle e di portare la sua espressione artistica ai massimi livelli. Il suo destino aveva un nome ed era l’AIDS.
Frutto forse di una vita sregolata, di quel lieve male di vivere che lo ha sempre caratterizzato o dell’atteggiamento ribelle che ha sempre animato i suoi testi e la sua vita, dell’ignoranza che circolava all’epoca sull’argomento o più probabilmente della sua passata tossicodipendenza. Impossibile dirlo.
Alessandro non ha comunque abbassato la testa e ha continuato a dare sfogo al suo estro creativo. E già profondamente provato dal male, nel 1994 ha deciso di tornare ha Sanremo per la terza volta con il pezzo Oppure No.
E nello stesso anno, scegliendo ovviamente di allontanarsi totalmente dai riflettori, si è spento nella sua Milano, con la stessa voglia di mordere la vita che traspariva da ogni suo gesto, con la stessa rabbia che raccontava anche la sua fragilità di uomo e di artista, con quel suo viso “sporco” di bambino cresciuto troppo in fretta, di uomo appena fatto, di artista che timidamente voleva raccontare la sua chiave di lettura sul mondo. E soprattutto con la voglia di lasciare il segno. Quel segno, che evidentemente, se oggi siamo qui a parlarne, ha saputo lasciare.
Ed è così che lo ricorderemo.







